”Di Matteo deve morire!” l’annuncio del boss di cosa nostra, in casa nostra!

In rete c’è il video in cui un pluriassassino pronuncia verdetti di morte dal carcere. Un video che per pudore non voglio allegare.

Ma chi ha concesso a questo boss tanto potere da permettergli di  minacciare di morte un organismo dello Stato e far tremare un intero Paese che crede e spera, nell’indipendenza della Magistratura?  Mi riferisco all’Italia dei cittadini,  a quella gran parte di opinione pubblica che ci tiene alla sicurezza dei propri Magistrati  e  che in questi giorni fa da scudo al Magistrato titolare dell’accusa, nel processo sulla trattativa Stato-Mafia:  Nino Di Matteo. 

Il boss è Totò Riina, capomafia siciliano, mandante e autore di efferati omicidi e stragi come quelle che hanno visto saltare sul tritolo i Giudici Falcone e Borsellino ancora vivi nel cuore lacerato di questo Paese, oltraggiato e ferito da una vile trattativa che vede lo Stato prostrarsi alla mafia.

Oggi dopo venti anni, si sentono echeggiare le stesse parole di allora: ”il tritolo, per ammazzare il giudice Di Matteo, è arrivato a Palermo!”

La soffiata è quella del boss  Vito Galatolo  ‘u picciriddu’,  appartenente a una storica famiglia mafiosa vicinissima a cosa nostra, in carcere a vita per omicidi e stragi compresa la morte del Generale Dalla Chiesa,  confermata da Antonino Zarcone ex boss di Bagheria.

Galatolo vuole togliersi un peso dalla coscienza. Fa chiamare Di Matteo e glielo dice:  ”il tritolo per farlo saltare in aria è già arrivato a Palermo ed è disseminato presso magazzini e locali nella disponibilità di Cosa nostra”

L’attendibilità del mafioso è considerata alta, e la fuga di notizie ancora più tragica. Potrebbe compromettere le indagini e mettere a rischio la vita dei figli e della moglie del criminale pentito.

Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare anti-mafia, cerca di rassicurare  con parole di circostanza, che ”tutti i dispositivi di sicurezza sono stati messi a disposizione” …ma la richiesta di installare il dispositivo anti-bomba “jammer” sulle auto di scorta del Pubblico Ministero Di Matteo è rimasta, ad oggi, inascoltata.

Lo stesso  Luigi Di Maio (m5s) vice Presidente della Camera, assieme ad altri quindici Parlamentari, richiama al massimo livello di attenzione il Ministro Alfano,  chiedendo in una lettera che ”questi uomini dello Stato non siano di nuovo lasciati soli e che si innalzi il livello di sicurezza mediante l’equipaggiamento del loro convoglio con un dispositivo Bomb Jammer”  il sistema anti-terroristico che avrebbe potuto salvare la vita di Falcone e Borsellino. 

Non vogliamo un’altra strage. Il Magistrato deve fare il proprio lavoro con coscienza e autonomia. Vogliamo un salto lunghissimo sul cratere della corruzione e vogliamo uno  STATO PULITO. Vogliamo uomini come Di Matteo come Falcone come Borsellino.  Non vogliamo vivere in un Paese dove il capo si chiama Totò Riina.  Non vogliamo uno Stato dove pur non essendo contemplata la pena di morte,  si condannano a morte uomini che svolgono con competenza il proprio lavoro.

Gerardo De Martino m5s Toscana

 

”Perché…il politico che cerca il mafioso per farsi dare i voti per essere eletto, garantendogli poi l’interesse futuro in funzione dell’ottenimento degli scopi di cosa nostra, deve essere considerato autore di un delitto meno grave, rispetto all’uomo d’onore che può essere punito più gravemente (per il solo fatto di appartenere ad una famiglia mafiosa) se chi facendo l’accordo con la mafia la rafforza enormemente?”

1.424 Comments

*